di Tonino Santoriello
L'uva
e il succo inebriante che da essa si ricava hanno dai tempi antichi affascinato
gli uomini che alla diffusione della vite, alle fatiche della vigna e della
vendemmia e infine al vino hanno consacrato un Dio ad hoc: Dionisio.
Il culto del Dio greco Dionisio, divinità investita di grandi virtù
e di specifiche benemerenze, si propagò con la stessa velocità
con cui la coltura della vite si diffuse nell'intera area mediterranea.
A Roma era adorato con il nome di Bacco o Libero e considerato, anche, protettore
dei campi e della fecondità della terra. In suo onore venivano tenute
numerose e rumorose feste, i baccanali, molto affollate e amate dal
popolo. Questi riti, che ad intervalli temporali differenti venivano svolti
nel corso dell'anno, avevano una natura rivelata, licenziosa e segnatamente
liberatoria nello sfogo dei sentimenti e delle passioni, e una più
misteriosa, ugualmente eccessiva e orgiastica, della quale vi è scarsa
conoscenza.
Tra le feste principali dedicate al Dio vi erano: le Liberalia (17
marzo), durante le quali si celebrava una sorta di rito di passaggio dall'età
della fanciullezza a quella adulta con l'affrancamento dalla patria potestà;
le Vinalia urbana (23 aprile), quando si introduceva nelle città
il vino del precedente raccolto; le Vinalia rustica (19 agosto),
in cui si compiva il sacrificio di una capra, offerta propiziatoria per
un abbondante raccolto; le Meditrinalia (11 ottobre), che comprendevano
la cerimonia della degustazione rituale del vino nuovo essendo terminata
da poco la vendemmia.
Tutte queste feste, feriae vindemialia, erano occasione di grandi
libagioni e di spettacoli, più o meno spinti, rappresentanti il chiassoso
corteo di Baccanti, Satiri, Sileni e Centauri che accompagnavano,
secondo il mito, il Dio Bacco.
La spensieratezza, l'ebbrezza e l'eccessiva libertà che si viveva
in questi giorni costrinsero più volte le autorità di Roma
ad intervenire per porvi dei freni.
Il disfacimento politico dell'Impero romano e con esso il dissolvimento di molti culti pagani, l'affermazione del cristianesimo, con un nuovo portato di credenze e di cerimonie religiose che man mano si sovrapposero sincreticamente alle vecchie, pose fine alla vivacità delle feste bacchiche. Queste furono private degli elementi esteriori più licenziosi recuperandone e tramandandone l'aspetto simbolico dell'offerta propiziatoria e di ringraziamento alla divinità per le sorti del raccolto futuro. Il vino, inoltre, rientrava nel più importante momento della liturgia cristiana, l'eucarestia.
Nei secoli successivi, si continuò a festeggiare la conclusione della vendemmia con banchetti, danze campestri ed atti di devozione effetto di una ormai consolidata tradizione che trovava nella ciclicità delle stagioni, col perpetuo trasformarsi e rigenerarsi dell'uva in vino, la sua ragione d'essere e nell'assenso della chiesa cattolica la sua legittimazione sociale. L'usanza, in certo qual modo, venne legata alla venerazione per la Vergine del SS. Rosario la cui festività era stata fissata nel 1582 nella prima domenica di ottobre, riunendo in questa unica data anche i festeggiamenti per la Madonna della Vittoria, tenuti nello stesso periodo.

Negli anni Venti del Novecento, quasi a ricollegarsi idealmente all'aspetto sacrale che l'offerta dell'uva aveva nei tempi rivestito, vengono svolte in diverse zone d'Italia "Sagre dell'uva"; tra le più famose quelle di Marino nel Lazio e di Cupramontana nelle Marche.
Nate da presupposti storici ed economici locali diversi queste sagre fungono da modello per il rilancio che il governo fascista intendeva fare del folklore nelle province italiane. Il recupero del folklore rientrava nelle direttive culturali del regime che vi intravedeva un potente mezzo di propaganda politica e di organizzazione del consenso. Bisognava soltanto epurare le feste popolari dai tratti o dalle implicazioni che potevano favorire il risorgere dei regionalismi "indebolitori di una coscienza unitaria".
Nel
1930, a ridosso della grave crisi economica dell'anno precedente, venivano
varati provvedimenti legislativi a favore dei prodotti nazionali. Il settore
vinicolo, sebbene attraversasse una stagione di sovrapproduzione denunciata
da più parti, era tra quelli interessati a questa operazione di salvaguardia
e promozione.
Il 28 settembre del 1930, su espresso ordine di Mussolini, veniva istituita
la "Festa Nazionale dell'Uva", manifestazione che negli intenti
del regime non mirava "soltanto a richiamare l'attenzione degli italiani
sulla preminente importanza della cultura viticola del paese", ma voleva
"contribuire nel campo pratico ed igienico alla più diffusa
propaganda del consumo dell'uva".
Tutti i comuni erano invitati a celebrare la "Festa" e per iniziativa
dell'Opera Nazionale Dopolavoro, ente demandato a sovrintendere ai festeggiamenti,
sorgevano in tutta Italia Comitati locali che si attivavano per offrire,
ai concittadini e ai visitatori, giornate di svago e di intrattenimento.
Giornate riempite da gare canore e arricchite dalla presenza di trionfali
apparati scenici, di fontane dalle quali zampillava vino, di sfilate di
carri allegorici trascinati da buoi. Tutto ciò vissuto in un'idillica
atmosfera da strapaese popolata da pacchiane e rustici villici intenti alla
drammatizzazione del loro quotidiano lavoro nell'ideale modello della
ruralità italiana.
Anche nel Molise, oltremodo ligio agli ordini imposti dall'alto, vennero organizzate "Feste dell'Uva" a Campobasso, Agnone, Casacalenda e Morrone del Sannio ai quali si aggiunsero negli anni successivi altri centri tra cui Riccia. L'entrata in guerra stroncava in tutta Italia il desiderio e la volontà stessa di festeggiare e soltanto dopo la lustrale parentesi bellica in alcuni comuni - luoghi dove per maggiore attaccamento a questa tradizione si superarono anche le perplessità di quanti associavano la festa al passato regime - si riprendeva in sordina la celebrazione delle "Sagre dell'uva".
Soltanto a metà degli anni '60, con la riscoperta e la rivalutazione del folklore da parte della gioventù protestataria dell'epoca, la "Sagra" ritrovava una certa diffusione nazionale. Denominata indistintamente "dell'uva" o "del vino", assumerà, nei diversi contesti territoriali dove viene svolta, aspetti laici, religiosi o più semplicemente dell'attrazione turistica. Allo stesso modo le sagre odierne si sono adattate ai mutati tempi e alle innovazioni tecnologiche. I buoi sono stati sostituiti dai più potenti e comodi trattori a trazione meccanica, nuove figure concorrono alla realizzazione e alla buona riuscita della manifestazione, l'offerta dell'uva e del vino si carica di valenze economiche e di marketing prima sconosciute. In molti casi, comunque, ci sembra di potere osservare che in molte di esse ancora resta e si avverta un intenso coinvolgimento popolare e la consapevolezza di partecipare a qualcosa che è profondamente radicato nei valori e nelle tradizioni della comunità a cui si appartiene.
